Le Origini del bulldog inglese
di Micaela Cantini
Introduzione
Cane più brutto del mondo?
No, grazie!
Il bulldog, con il suo muso schiacciato e il suo corpo da lottatore di sumo, ignora le critiche sul suo aspetto fisico e incede allegramente per il mondo: lui è un cane felice, sempre pronto a fare le feste a tutti. In questo modo è riuscito a conquistarsi un vero stuolo d'appassionati pronti a giurare che lui non sia soltanto il più simpatico, ma anche il più bel cane che un padrone possa sognare.
In realtà, in cinofilia, conta soltanto un tipo di bellezza: quella funzionale. Un cane è bello nella misura in cui il suo fisico si adatta alla funzione per cui è stato creato.
Il bulldog - purtroppo per lui - nasce come cane da combattimento: ed è indubbio che la sua struttura, in quest'ottica, è efficace al cento per cento. Gli arti corti, mantenendo il baricentro basso, rendono difficile lo sbilanciamento: il corpo tozzo e quadrato offre scarsa presa all'avversario. Le mascelle potentissime sono ovviamente requisito indispensabile per ottenere una buona presa, che è tanto più efficace quanto più il muso del cane è corto e tozzo.
Il bulldog è un esempio perfetto di funzionalità e quindi deve essere considerato un "bel" cane dal punto di vista tecnico.
Da quello estetico, certo, non è mister mondo: ma sopperisce alla grande con una simpatia che ha veramente pochi rivali nel mondo canino.
Le origini
Il bulldog è un molossoide, cioè si colloca tra i diretti discendenti dell'antico molosso tibetano, portato in Europa dai Fenici.
Certamente è difficile pensare che un cane piccolo e "tracagnotto" come questo discenda da un gigante: ma la selezione umana è stata capace di grandi trasformazioni, sempre legate all'impiego del cane. Il bulldog odierno è il risultato di una selezione tesa a creare un cane che doveva combattere contro i tori, come indica il suo stesso nome: "bull", in inglese, vuol dire toro, mentre "dog" significa cane.
Non è noto il periodo esatto in cui nacque questa discutibile "moda" in Inghilterra: abbiamo però una cronaca del 1209 in cui si narra di un signorotto inglese, lord Stamford, a cui capitò di assistere a un combattimento spontaneo tra i cani di un macellaio e due tori che stavano litigando per la conquista di una femmina. I cani inseguirono e abbatterono i tori con una ferocia che entusiasmò il Lord (de gustibus...): questi decise quindi di donare il terreno del combattimento all'associazione locale dei macellai, purchè ogni anno facessero ripetere l'incontro tra cani e tori.
Così nacque una barbarie definita "sport": il bull-baiting, intorno al quale si sviluppò in breve tempo un enorme giro di scommesse.
Lo spettacolo entusiasmava i contadini come i nobili: tra i fautori del bull-baiting si annoverano molti re (Giacomo I, Riccardo III, Carlo I) e la regina Elisabetta I, che pare non disdegnasse neppure i combattimenti tra cani.
Purtroppo la storia umana è ricca di tristi esempi sui divertimenti nobiliari: il bull-baiting si potrebbe anche considerare come un passo avanti rispetto ai gladiatori nell'arena.
Sta di fatto che questo ignobile "sport" divenne popolarissimo e il giro economico che creava crebbe a dismisura, tant'è vero che i cani più abili venivano pagati moltissimo.
Ma quale era il cane più adatto a cimentarsi in questo tipo di combattimento? Si scoprì molto presto che era un cane basso sugli arti: non solo per la sua stabilità, ma anche per le maggiori difficoltà che comportava al toro. I grandi molossi (sul tipo del mastiff) che venivano usati inizialmente erano facili da incornare: per raggiungere un cane basso, al contrario, il toro doveva abbassare molto la testa e quindi esporla alla presa del cane.
Questa presa doveva essere implacabile: non ci sarebbero state molte altre possibilità per il cane, quindi una volta chiusa la bocca doveva restare bloccata a oltranza, finche il povero toro cedeva per dissanguamento.
La selezione divenne sempre più accurata, fino a ottenere una vera "macchina da guerra" dalla forza straordinaria e dall'estrema aggressività (il cane non è stupido e sa misurare le dimensioni, quindi occorre un coraggio smisurato e una gran voglia di litigare perchè decida di avventarsi contro un toro).
Si selezionò con estrema cura anche la tempra, fino a ottenere cani dalla tempra così dura che parevano insensibili al dolore.
La dice lunga in proposito un racconto davvero allucinante: si narra che un allevatore dell'Ottocento scommettesse che il suo cane avrebbe mantenuto la presa sul toro anche se gli fossero stati amputati i piedi a uno a uno. La scommessa fu accettata e il povero cane fece vincere un'enorme somma di denaro al propio allevatore, continuando ad attaccare il toro nonostante le mutilazioni.
Personalmente avrei preferito che mordesse con lo stesso accanimento l'allevatore, l'unico che se lo meritava: ma questa purtroppo è storia, e va accettata come tale al di là delle ombre inquietanti che getta sull'animo umano.
Per fortuna esiste (ed esisteva anche allora) un rovescio della medaglia: fin dall'inizio ci furono persone contrarie alla barbarie dei combattimenti.
Nel 1778 il duca di Devonshire proibì il bull-baiting a Tutbury, città in cui questi spettacoli si tenevano fin dal 1374. Nel 1802 il reverendo Barry, con una storica predica che commosse tutta la città, impedì il bull-baiting a Workingham.
Lentamente ma inesorabilmente la corrente degli oppositori divenne sempre più forte: ma come sempre avviene in questi casi, invece degli uomini, venivano condannati i cani. Ecco un brano tratto da un articolo comparso nel 1818 sul "British Field Sports": "Vero mascalzone della sua specie, non può essere giustificato con pretese di utilità o umanità (...) La totale e definitiva scomparsa della razza è una soluzione sommamente auspicabile". Purtroppo il cronista non si riferiva alla razza degli scommettitori, nel qual caso il suo articolo sarebbe stato degno di plauso: si riferiva invece al povero bulldog, che in realtà (bisogna dirlo) era stato reso talmente aggressivo da poterlo definire "feroce".
Solo che la "ferocia" era un prodotto della selezione umana, non certo della natura: e quando, nel 1835, fu finalmente approvata la legge che proibiva i combattimenti tra animali, qualche vero cinofilo si rese conto che quello non era un cane da perdere.
Premettiamo, ovviamente, che i combattimenti non si fermarono: una legge proibizionistica, purtroppo, non ha mai l'effetto di spegnere completamente un malcostume, ma solo quello di renderlo clandestino.
Bulldog feroci e aggressivi, quindi, continuarono a essere selezionati nei bassifondi inglesi e a essere impiegati in combattimento: ma poichè il toro è un animale piuttosto vistoso ed è difficile "contrabbandarne" uno per le vie di una città, si ripiegò in gran parte sui combattimenti tra cani.
La legge del 1835, però, ebbe un effetto importante: la parte nobile (e quindi anche la più benestante) della cittadinanza non poteva certamente abbassarsi al rango di fuorilegge, e quindi smise di interessarsi ai combattimenti.
Cominciò, invece, a seguire le esposizioni canine, che in Inghilterra iniziarono verso la metà dell'Ottocento: e così, nel 1860, comparvero i primi bulldog da show.
In pochissimi anni la "controselezione" sulla razza ottenne un risultato straordinario: i cani restavano coraggiosi, arditi e resistenti al dolore, ma non erano più "belve feroci". Anzi, dimostravano un'indole più dolce e socievole di moltissimi altri.
Non essendoci più allevatori che spingevano verso l'aggressività, insomma, i cani tornavano a essere semplicemente e naturalmente "cani": e in breve tempo cominciarono a diffondersi come animali da compagnia.
A dire il vero l'uomo riuscì a pasticciare anche in questo senso, perchè era l'aspetto buffo del bulldog ad attirare le simpatie del pubblico: quindi si arrivò a esasperarlo, creando cani con teste enormi, canne nasali quasi inesistenti, arti talmente corti e tozzi che i cani non riuscivano quasi più a camminare.
Per fortuna i veri cinofili insorsero contro questa moda distruttiva, ricordando che il cane era nato come cane sportivo, agile e attivo: questi soggetti non solo non erano affatto agili, ma le canne nasali esageratamente corte impedivano addirittura la respirazione e le povere bestie morivano nel giro di pochissimi anni. Dall'ipertipo, dunque, si tornò al "tipo": e finalmente la razza tornò a essere allevata con criteri intelligenti.
L'ispirazione per la ricostruzione venne da un dipinto di Abram Cooper, realizzato nel 1817, in cui si vedono due bulldog, Crib e Rosa: Rosa, la femmina, fu ritenuta il modello ideale, e a essa si ispirò l'allevamento nella seconda metà dell'Ottocento.
I cani ritratti da Cooper hanno arti più lunghi, ossatura più leggera e teste più piccole di quelli attuali: ma quelli ipertipici da cui si partì per la ricostruzione, e di cui purtroppo non abbiamo immagini, erano talmente bassi, tozzi e "capoccioni" che non sarebbe stato facile tornare al tipo di Rosa. Le "vie di mezzo" create lungo il cammino, però, piacquero decisamente più del tipo originario, pur non manifestando gli eccessi (e i conseguenti problemi di salute) dell'ipertipo: quindi ci si orientò propio su questi "cani intermedi" per il successivo sviluppo dell'allevamento, e il risultato è il bulldog che possiamo vedere oggi nelle esposizioni di tutto il mondo.
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